
Comunità albanese · Italia
Arbëreshë in Italia: gli albanesi che hanno conservato l’antico nome
I loro antenati attraversarono l’Adriatico dopo la morte di Scanderbeg, prima che si diffondesse la parola shqiptar. Cinque secoli dopo, in una cinquantina di paesi dell’Italia meridionale, si chiamano ancora arbëreshë.
Un gruppo folkloristico danza con lunghi nastri colorati che si uniscono sopra le teste, nella piazza di Civita il martedì di Pasqua, 3 aprile 2018, davanti al museo etnico arbëresh del paese. Asia / Wikimedia Commons · CC BY-SA 4.0
Si chiamano arbëreshë, non shqiptarë. Il nome è più antico di quello che gli albanesi usano oggi: nel secolo di Scanderbeg gli albanesi chiamavano sé stessi arbëresh e la loro terra Arbër o Arbëri, mentre shqiptar si diffuse nei Balcani soltanto intorno al 1700. A quel punto la maggior parte delle famiglie arbëreshe viveva in Italia da due secoli. I loro antenati erano soldati, profughi e contadini provenienti dall’Albania e dai villaggi albanesi della Morea, in Grecia, che attraversarono il mare a ondate dal Quattrocento fino all’insediamento dell’ultimo gruppo nel 1743. All’ultimo conteggio, nelle cinquanta comunità storiche arbëreshe dell’Italia meridionale vivevano 82.773 persone (Istat, fine 2017), e i loro discendenti sono sparsi da Torino a New Orleans e Buenos Aires. Sono cittadini italiani e cattolici, molti di rito bizantino, e in una cinquantina di paesi si parla ancora un albanese che lasciò i Balcani prima che i Balcani lo cambiassero.
- 1468Muore Scanderbeg; la sua famiglia si trasferisce a Napoli
- 50comuni nel registro italiano della minoranza albanese del 2026
- 82.773abitanti nelle comunità storiche arbëreshe (Istat, 2017)
- 1999La legge 482 tutela la lingua
Il nome
Arbëresh, non shqiptar: che cosa significa il nome
Nei mesi successivi alla visita del presidente albanese a Piana degli Albanesi, sulle colline sopra Palermo, nell’ottobre 2024, Mark Orfila, uno scrittore di New Orleans che aveva imparato l’albanese vivendo nei Balcani, entrò all’Extrabar, una pasticceria vicino alla piazza principale del paese. Il proprietario, Nicola Petta, lo salutò in italiano. Orfila rispose in albanese e il volto di Petta si illuminò. “Oh, sei albanese!” I due parlarono davanti ai cannoli. Petta capiva quasi tutto ciò che diceva Orfila; Orfila capiva più della metà delle risposte di Petta. Era, come scrisse in seguito, come arrivare in un luogo in cui la lingua locale è “una sorta di versione dell’inglese shakespeariano”. Lungo la strada che portava in paese, dai balconi pendevano fianco a fianco bandiere italiane e albanesi.
Quella conversazione racchiude gli arbëreshë in piccolo: una lingua con due storie, parlata da persone che sono albanesi e italiane insieme da più tempo di quanto l’Italia o l’Albania esistano come Stati.
Il nome è la parte più antica. Il linguista Eqrem Çabej rilevò che nel secolo di Scanderbeg shqiptar e Shqipëri non erano ancora comparsi o non si erano ancora diffusi; il nuovo nome si affermò intorno al 1700 e nei decenni successivi sostituì quello antico in tutti i Balcani. La maggior parte degli emigranti era partita da tempo. Shqiptar raggiunse i loro paesi soltanto più tardi, come parola dotta, ed è assente dai loro dialetti tradizionali.
Un popolo, due nomi
Ogni barra indica approssimativamente quando un nome era di uso comune su ciascuna sponda; la riga italiana non cambia mai.
L’antico nome sopravvive ormai soltanto fuori dall’Albania: arbëresh in Italia, arvanites in Grecia, arbnesh tra gli albanesi di Zara, in Croazia. Gli arbëreshë lo usano a stampa da oltre quattro secoli. Il frontespizio del più antico libro conosciuto in arbërisht, il catechismo di Luca Matranga pubblicato a Roma nel 1592, dice che fu tradotto “mbë gluhë të arbëreshë”, nella lingua degli arbëreshë. Nel 1762 Giulio Variboba si presentò sul frontespizio del suo lungo poema come “un sacerdote, egli stesso arbëresh”. Nell’Ottocento Girolamo De Rada, il grande poeta della comunità, fu più netto: “Il nome che portammo in Italia è Arbëresh.”
Ascolta il nome · Piana, 27 settembre 2026
La lingua pronuncia il proprio nome
Pietro, della comunità arbëreshe di Piana degli Albanesi, ha registrato queste parole per Lingua Libre, una biblioteca aperta di pronunce, durante il fine settimana Wiki Loves Arbëreshë.
Un arbëresh parla arbërisht. Arbëria, che un tempo indicava la patria al di là del mare, oggi dà il nome alla nazione dispersa dei paesi dell’Italia meridionale. Ogni paese ha il proprio nome nella lingua: Piana degli Albanesi è Hora e Arbëreshëvet, il paese degli arbëreshë; Lungro è Ungra, Civita è Çifti, Contessa Entellina è Kuntisa. E chiunque non sia arbëresh è un litì, un latino; il plurale è litinj.
L’Italia impiegò secoli a usare il nome giusto. Poiché i coloni pregavano secondo il rito greco, funzionari e vicini li chiamavano greci: “græcum est!”, sono greci, recitava il detto. Giorgio Guzzetta, il sacerdote che fondò il seminario greco-albanese di Palermo, rispose in un trattato settecentesco: “gli albanesi non sono greci, anche se condividono con i greci i santissimi riti, ma non la lingua”. I registri del collegio di Sant’Adriano in Calabria indicavano gli allievi come collegiali greci e latini fino al 1825; soltanto dall’anno scolastico 1825–26 divennero albanesi e italiani. Il paese siciliano di Piana dei Greci divenne Piana degli Albanesi nel 1941. A Zangarona e Andali si dice ancora di parlare ngriku e ngreku: “in greco”.
I vicini avevano nomi più offensivi. In Calabria la parola era ghiegghi. Quando una catena cosentina di paninoteche iniziò a vendere un panino chiamato “U ghiegghiu”, ossia “l’albanese” in dialetto cosentino, papàs Pietro Lanza, vicario generale dell’Eparchia di Lungro, protestò pubblicamente nel gennaio 2023: “La nostra identità non può essere racchiusa in un panino, né in un termine ancora oggi usato in senso dispregiativo.”
Gli arbëreshë hanno una propria espressione per dire chi sono: gjaku ynë i shprishur, il nostro sangue sparso.
Siamo sangue sparso, ma quando ci ritroviamo sotto la stessa bandiera emerge tutto l’orgoglio degli arbëreshë.
La bandiera è quella albanese, rossa con l’aquila nera bicipite di Scanderbeg, esposta accanto al tricolore italiano; non esiste una bandiera arbëreshe distinta. Non esiste neppure un’unica opinione arbëreshe sull’Albania. Nel 2003, parlanti adulti di Portocannone, in Molise, dissero alla linguista Carmela Perta che non si identificavano con l’Albania e non avevano bisogno dell’albanese standard. A Piana lo scrittore Mario Caliva chiama l’Albania “la terra promessa”. Il romanziere Carmine Abate, nato a Carfizzi nel 1954, collezionò nomi come fanno gli emigranti: straniero in Germania, italiano per gli altri stranieri, meridionale per gli altri emigranti italiani, calabrese per gli altri meridionali, ghiègghio per i calabresi e, tornato al suo paese, germanese. Rifiutò di scegliere fra questi nomi. “Voglio vivere per addizione”, scrisse.
Radici
Come gli arbëreshë arrivarono in Italia
Non arrivarono su un’unica nave o in un solo anno. Soldati, profughi e famiglie contadine attraversarono il mare nell’arco di tre secoli, dall’Albania stessa e dai villaggi albanesi della Grecia, e si stabilirono in circa cento luoghi nei regni di Napoli e di Sicilia.
La storia comincia con una guerra e un’alleanza. Gjergj Kastrioti Scanderbeg tenne uniti i signori albanesi contro gli ottomani per un quarto di secolo, e i re di Napoli erano suoi alleati. Già nel 1452 Napoli aveva promesso rifugio agli albanesi in fuga dai turchi. Nel 1461 Scanderbeg attraversò di persona il mare verso la Puglia per combattere a fianco di Ferdinando, figlio di re Alfonso, e nel 1464 possedeva i feudi garganici di Monte Sant’Angelo e San Giovanni Rotondo.
Dopo la morte di Scanderbeg nel 1468, la vedova Andronika e il figlio Gjon si trasferirono nel Regno di Napoli. Krujë cadde nel giugno 1478; Shkodër fu ceduta agli ottomani l’anno seguente a condizione che i cittadini potessero andarsene, e se ne andarono, perlopiù verso Venezia. Il piccolo flusso di soldati divenne una migrazione di famiglie. Portavano con sé una lingua, una liturgia, una danza a catena e il ricordo di un eroe a cavallo.
I signori che avevano bisogno di braccia concessero loro terre a contratto. In Sicilia un gruppo di profughi firmò nel 1488 l’atto di fondazione di un nuovo paese sulle colline sopra Palermo: Piana dei Greci, oggi Piana degli Albanesi. Una seconda ondata arrivò mezzo secolo dopo dalla Grecia, dove gli albanesi si erano insediati nel Peloponneso, la Morea, fin dal tardo Medioevo. Andrea Doria conquistò la fortezza di Koroni per Carlo V nel 1532. Dopo che la città assediata fu soccorsa nel 1533, le sue navi trasportarono a Napoli circa 2.800 abitanti, e nell’aprile 1534 la fortezza fu riconsegnata agli ottomani. Molti di questi Coronei, di lingua greca e albanese, furono insediati in Basilicata e Calabria, e San Demetrio aggiunse poi Corone al proprio nome. L’ultimo gruppo, dalla costa di Himara, raggiunse Villa Badessa, in Abruzzo, nel 1743.
- 1452
Napoli apre le porte
L’8 aprile re Alfonso d’Aragona dice al principe di Taranto di accogliere benevolmente tutti gli albanesi in fuga dai turchi che raggiungano Lecce o Brindisi.
Medaglia di Alfonso di Pisanello · Sailko / Wikimedia Commons · CC BY-SA 3.0 - 1468
Muore Scanderbeg
Scanderbeg muore di febbre a Lezhë il 17 gennaio. Probabilmente nel giro di pochi mesi la vedova Andronika e il figlio Gjon raggiungono il Regno di Napoli, dove Gjon possiederà poi feudi in Puglia.
Cristofano dell’Altissimo, Uffizi · Pubblico dominio - 1488
L’atto di fondazione di Piana
L’atto di fondazione di Piana dei Greci, oggi Piana degli Albanesi, viene approvato a Monreale il 30 agosto. Il paese celebra ancora questa data.
Piana degli Albanesi, 2026 · Auregann / Wikimedia Commons · CC BY-SA 4.0 - 1534
I Coronei
Koroni, nella Morea, tenuta per Carlo V dal 1532, viene riconsegnata agli ottomani in aprile. I suoi abitanti di lingua greca e albanese, i Coronei, partono per il Regno di Napoli dal 1533; molti si insediano in Basilicata e Calabria.
Koroni nel 1692 · Pubblico dominio - 1592
Un libro in arbërisht
Luca Matranga di Piana stampa a Roma un catechismo “nella lingua degli arbëreshë”, il più antico libro conosciuto in arbërisht.
Esemplare della Biblioteca Angelica · Pubblico dominio - 1732
Scuole proprie
Il collegio Corsini apre a San Benedetto Ullano per formare sacerdoti di rito bizantino; il seminario di Guzzetta segue a Palermo nel 1734. Nel 1794 il collegio si trasferisce al Sant’Adriano, a San Demetrio Corone.
Sant’Adriano, sede del collegio dal 1794 · Asia / Wikimedia Commons · CC BY-SA 4.0 - 1743
L’ultima colonia
Diciassette famiglie di rito greco di Piqeras e della costa di Himara si stabiliscono a Villa Badessa, in Abruzzo. La loro parrocchia, fondata nel 1744, è il primo atto pubblico della colonia.
Giancarlo Ranalli / Wikimedia Commons · CC BY-SA 4.0 - 1836
Milosao
Girolamo De Rada pubblica a Napoli I canti di Milosao, il libro generalmente considerato l’inizio della rinascita letteraria albanese. La dedica ricorda un canto che aveva sentito eseguire presso le mura del Sant’Adriano.
Direzione generale degli archivi albanesi · Pubblico dominio - 1860
Gli arbëreshë di Garibaldi
Pasquale Scura di Vaccarizzo è il ministro della Giustizia di Garibaldi a Napoli; Francesco Crispi, nato a Ribera da padre originario di Palazzo Adriano, è sbarcato con i Mille.
Crispi, incisione, anni 1870 · Wikimedia Commons · Pubblico dominio - 1895
Verso un alfabeto comune
De Rada riunisce scrittori albanesi a Corigliano Calabro, e di nuovo a Lungro nel 1897, per lavorare a un alfabeto condiviso, una questione risolta soltanto dopo la sua morte. La sua rivista Fiàmuri Arbërit lo aveva sostenuto nel 1883–87.
Fiàmuri Arbërit, 20 gennaio 1886 · Pubblico dominio - 1919
Una chiesa propria
Benedetto XV crea l’Eparchia di Lungro per gli albanesi di rito bizantino dell’Italia continentale il 13 febbraio. L’eparchia siciliana segue nel 1937.
Cattedrale di Lungro · FraForte / Wikimedia Commons · CC BY-SA 4.0 - 1980
Un festival per canzoni nuove
San Demetrio Corone ospita in agosto il primo Festival della Canzone Arbëreshe. Il primo brano vincitore parla di emigrazione: “Una lettera dalla Germania”.
Vallje a Civita, 2017 · Francesco Placco / Wikimedia Commons · CC BY-SA 4.0 - 1999
La lingua diventa legge
La legge 482 del 15 dicembre include le popolazioni di lingua albanese tra le dodici minoranze linguistiche storiche italiane. Nei comuni che vi aderiscono la lingua può essere insegnata, usata in consiglio e scritta sui cartelli stradali.
Shën Mitër e Maq · Asia / Wikimedia Commons · CC BY-SA 4.0 - 2025
La Rai parla arbërisht
Il 21 settembre Rai Calabria avvia un’ora televisiva settimanale in arbërisht la domenica mattina, con uno spazio radiofonico feriale, nell’ambito del contratto di servizio pubblico.
Luposilano1914 / Wikimedia Commons · Pubblico dominio - 2026
Wiki Loves Arbëreshë
Il 26 e 27 settembre i volontari fotografano Piana degli Albanesi e registrano un parlante locale, Pietro, per Lingua Libre, tutto con licenze libere.
Auregann / Wikimedia Commons · CC BY-SA 4.0
Alcune storie raccontate dai paesi sono più antiche delle prove. La più nota, quella di un generale Demetrio Reres che insediò coloni in Calabria per il re di Napoli nel 1448, si fonda su un unico documento datato 1665 che gli storici considerano falso; il filologo palermitano Matteo Mandalà è giunto alla conclusione che Reres probabilmente non sia mai esistito. Gli arbëreshë scrissero pochissima storia prima del Settecento. Custodirono il passato come custodivano la lingua, a voce, e lo modellarono secondo le proprie necessità. Scanderbeg era reale; le feste e le leggende nel suo nome furono, sostiene Mandalà, una creazione della comunità stessa.
Gli arbëreshë inventarono il mito di Scanderbeg nel momento in cui avevano bisogno di Scanderbeg.
Complessivamente, i coloni fondarono o ripopolarono circa cento comunità, perlopiù in Calabria. Circa la metà parla ancora oggi una forma di arbërisht: secondo il conteggio del linguista Vito Matranga, 41 paesi e nove frazioni in sette regioni, un elenco vicino al registro statale dei 50 comuni, ma non identico. Rimasero perché ebbero motivi per restare: terre a contratto, sacerdoti del proprio rito e signori che avevano più bisogno di contadini che di uniformità.
Mappa
Dove vivono gli arbëreshë e quanti sono
L’Arbëria non ha confini né capitale. È una costellazione di paesi collinari distribuiti in sette regioni dell’Italia meridionale, più fitta nella Calabria settentrionale e sulle colline sopra Palermo.
La maggior parte dei paesi sorge su terre che i feudatari potevano concedere e i coloni potevano coltivare: le pendici del Pollino e la valle del Crati in Calabria, le colline a sud di Palermo, il Vulture in Basilicata, la pianura alle spalle della costa molisana. Il registro italiano delle minoranze linguistiche storiche del 2026 elenca 50 comuni per la minoranza albanese: 30 in Calabria, sei in Basilicata, cinque in Sicilia, quattro in Molise, tre in Puglia, uno in Campania e uno in Abruzzo. Il registro tutela luoghi, non persone. Elenca interi comuni: per questo Lamezia Terme vi compare per una sola frazione, Zangarona, mentre Villa Badessa figura sotto il comune di appartenenza, Rosciano.
L’Arbëria sulla mappa
Dalla sponda balcanica a cinquanta paesi italiani
Ogni punto rosso è uno dei 50 comuni del registro 2026. Le linee tratteggiate seguono tre partenze documentate: dall’Albania dopo la morte di Scanderbeg, da Koroni nel 1533–34 e dalla costa di Himara nel 1743.
Quanti sono gli arbëreshë? L’Italia ha smesso di chiederlo dopo il censimento del 1921, che contò 80.282 persone in 20.113 famiglie di lingua albanese. Il linguista Leonardo Savoia stimò per l’enciclopedia Treccani che nelle comunità storiche vivessero circa 100.000 persone, il 60–70 per cento delle quali conosceva la lingua; i dati Istat per le stesse cinquanta comunità, raccolti da Vito Matranga, indicavano 82.773 residenti alla fine del 2017, non tutti parlanti. Le due eparchie di rito bizantino contano insieme circa 55.400 fedeli. Nessuna di queste cifre è un censimento di un popolo, e ciascuna rappresenta una soglia minima. Nella sola Torino una delibera comunale del luglio 2026 stima gli arbëreshë in circa 10.000, mentre i discendenti di New Orleans, New York e Buenos Aires non sono mai stati contati.
| Regione | Paesi | Comuni nel registro |
|---|---|---|
| Calabria | 30 paesi | Acquaformosa, Andali, Caraffa di Catanzaro, Carfizzi, Castroregio, Cervicati, Cerzeto, Civita, Falconara Albanese, Firmo, Frascineto, Gizzeria, Lamezia Terme (per Zangarona), Lungro, Maida (per Vena), Marcedusa, Mongrassano, Pallagorio, Plataci, San Basile, San Benedetto Ullano, San Cosmo Albanese, San Demetrio Corone, San Giorgio Albanese, San Martino di Finita, San Nicola dell'Alto, Santa Caterina Albanese, Santa Sofia d'Epiro, Spezzano Albanese, Vaccarizzo Albanese |
| Sicilia | 5 paesi | Contessa Entellina, Mezzojuso, Palazzo Adriano, Piana degli Albanesi, Santa Cristina Gela |
| Basilicata | 6 paesi | Barile, Brindisi Montagna, Ginestra, Maschito, San Costantino Albanese, San Paolo Albanese |
| Molise | 4 paesi | Campomarino, Montecilfone, Portocannone, Ururi |
| Puglia | 3 paesi | Casalvecchio di Puglia, Chieuti, San Marzano di San Giuseppe |
| Campania | 1 paese | Greci |
| Abruzzo | 1 paese | Rosciano (per Villa Badessa) |
| Fonte: Presidenza del Consiglio dei Ministri, registro delle minoranze linguistiche storiche del 2026. Il registro tutela interi comuni, compresi alcuni dove oggi l’arbërisht è poco parlato; non conta i parlanti. | ||
Il registro è la mappa statale dei luoghi in cui la lingua è tutelata. La mappa della comunità è più ampia. Il linguista Vito Matranga definisce arbëresh chiunque, ovunque viva, si senta parte di queste comunità o ne discenda, e trova oggi parlanti a Torino, Milano e Roma, a Parigi, Londra e Berlino, e negli Stati Uniti, in Argentina e in Brasile. Gli albanesi arrivati in Italia dal 1991 appartengono a un’altra storia, raccontata nella nostra guida agli albanesi in Italia.
Lingua
Arbërisht, la lingua arbëreshe che ha conservato i suoi suoni antichi
L’arbërisht è albanese, ma non è l’albanese di Tirana. Attraversò il mare con i coloni, conservò suoni che i Balcani in seguito persero e prese in prestito parole italiane e siciliane per tutto ciò che venne dopo.
I linguisti lo collocano nella famiglia tosca dell’Albania meridionale, il ramo che ha dato alla Grecia anche l’arvanitika e all’Albania la lingua standard. A separarlo dallo standard sono cinque secoli di vita autonoma. Un albanese di Tirana che si siede con una nonna a Frascineto segue la grammatica e la maggior parte delle parole quotidiane, poi incontra termini che in Albania nessuno usa da generazioni.
I segni più evidenti sono quelli antichi. Dove l’albanese balcanico trasformò una l in una j, l’arbërisht conservò la l: la lingua stessa si chiama gluha, non gjuha. Il latte è klumësht, con un kl- che i Balcani hanno addolcito da tempo, e ottanta si conta ancora in ventine. Poi vengono i prestiti: dal greco per grazie e per favore, dal siciliano per denaro, dall’italiano per finestra. L’arbërisht non è un albanese congelato nel 1500. Ha custodito elementi antichi e ha continuato a cambiare.
Diciamo in arbëresh che la nostra è la lingua del cuore e l’italiano è la lingua del pane.
Ogni paese lo parla in modo un po’ diverso. A Greci, in Campania, si dice di parlare a la kadundsha, alla maniera del paese; Santa Cristina Gela ha un proprio aggettivo, sëndastinar. Non esiste un unico standard scritto e prima del 1999 l’insegnamento si affidava a iniziative sparse: una cattedra di albanese al collegio Sant’Adriano dal 1895 fino a quando rimase vacante nel 1938, e progetti scolastici dagli anni 1970.
Sulla carta, le cose cambiarono il 15 dicembre 1999. La legge 482 inserì l’albanese tra le dodici lingue delle minoranze storiche tutelate dall’Italia, e i comuni del suo registro possono ora usarlo in consiglio, insegnarlo a scuola e scriverlo sui cartelli stradali; quello all’ingresso di Frascineto, per esempio, riporta anche Frasnitë. Le università erano arrivate prima: Napoli ha una cattedra di albanese dal 1900 e l’Università della Calabria lo insegna dal 1973.
La prova più difficile è il parco giochi. L’atlante online delle lingue in pericolo dell’UNESCO classifica l’arbërisht come decisamente in pericolo, il termine usato per una lingua che i bambini non imparano più come madrelingua in casa. Nel febbraio 2026 un programma Rai sulla lingua, Ti ëndërrën si na, ha presentato un dodicenne di Santa Sofia d’Epiro che, secondo le parole della Rai, si commuove quando parla arbërisht, perché molti coetanei non lo fanno più. Me qän zëmëra, ha detto: il mio cuore piange.
Piana degli Albanesi aveva già aperto nell’ottobre 2024 un corso gratuito per chiunque lo desiderasse, Gluha Jonë, La nostra lingua. Alla Giornata dell’Identità Arbëreshe di Contessa Entellina nel settembre 2026, il sindaco di Firmo Giuseppe Bosco ha detto che i giovani del suo paese lo parlano ancora, e la sindaca di Acquaformosa Annalisa Milione ha ricordato quando i bambini nascevano nell’arbërisht e imparavano l’italiano soltanto a scuola.
Un albanese può capire l’arbërisht?
Lo YouTuber Ecolinguist mette il sociolinguista e parlante arbërisht Martín Di Maggio di ARBËRESH TV di fronte a un siciliano e a un albanese, verificando ciò che ciascuno comprende. 37 minuti, 2022.
Guarda su YouTube · EcolinguistFede
Cattolici, ma bizantini: la religione che ha tenuto uniti gli arbëreshë
Molti arbëreshë sono cattolici che pregano come i greci, in piena comunione con Roma; altri, come a Spezzano Albanese, Barile e Ururi, passarono da tempo al rito latino. Il rito bizantino arrivò con loro dai Balcani e per cinque secoli li distinse dai vicini latini.
Entrando nella cattedrale di San Nicola a Lungro o di San Demetrio a Piana si incontra una parete di icone, l’iconostasi, là dove una chiesa latina avrebbe la balaustra dell’altare. Il sacerdote è un papàs, non un don, e può avere moglie. La liturgia è cantata, in greco e in albanese, e a Pasqua il saluto è Krishti u ngjall, Cristo è risorto, a cui a Lungro si risponde Virteta u ngjall.
Per gran parte di quei secoli i paesi non ebbero un proprio vescovo e le diocesi latine circostanti li spinsero a uniformarsi. Alcuni cedettero: Spezzano Albanese, il più popoloso degli insediamenti calabresi, perse i sacerdoti di rito greco e passò al rito latino. Molti resistettero. Il 13 febbraio 1919 papa Benedetto XV creò l’Eparchia di Lungro per gli albanesi di rito bizantino dell’Italia continentale e le assegnò un vescovo di 33 anni, Giovanni Mele di Acquaformosa, che resse la sede fino alla morte nel 1979. La Sicilia ebbe una propria eparchia il 26 ottobre 1937, con il nome di Piana dei Greci. Insieme all’abbazia greca di Grottaferrata, fondata vicino a Roma nel 1004, costituiscono la Chiesa cattolica italo-albanese, i cui vescovi rispondono direttamente alla Santa Sede. Le eparchie contano circa 32.000 fedeli nelle 30 parrocchie di Lungro e 23.400 nelle 16 di Piana.
Java e Madhe: la Settimana Santa
Il rito diventa dell’intero paese durante la Settimana Santa, Java e Madhe, la Grande Settimana. In Sicilia comincia il venerdì prima della Domenica delle Palme, quando il canto di Lazzaro viene portato di porta in porta. La Domenica delle Palme, a Piana, il vescovo entra in paese a dorso d’asino. Il Venerdì Santo porta la processione del Cristo morto e i vajtimet, i lamenti; a Lungro, il Sabato Santo, la navata viene cosparsa di foglie d’alloro. A mezzanotte la chiesa esplode nel Christós anésti in greco e nel Krishti u ngjall in albanese. La mattina di Pasqua le donne di Piana escono in abito di gala e percorrono la via principale, mentre in piazza vengono distribuite uova rosse, tinte dalle famiglie il Sabato Santo.
Usanze
Tradizioni arbëreshe: Vallje, abiti di gala e tavola
Il martedì dopo Pasqua le strade di Civita, Frascineto e San Basile si riempiono di catene di danzatori. Le Vallje sono i giorni in cui tutte le generazioni escono insieme.
Uomini e donne in costumi di seta ricamati in oro si prendono per mano o tengono tra loro un fazzoletto colorato, e la catena si snoda per il paese cantando verso la piazza delle Vallje. Secondo la tradizione, i canti ricordano una vittoria di Scanderbeg sugli ottomani, che il portale turistico nazionale italiano italia.it data al 1467.
Le Vallje a Frascineto, Pasqua 2025
La testata cosentina Qui Cosenza ha filmato le catene di danzatori a Frascineto il martedì di Pasqua del 2025.
Guarda su YouTube · Qui CosenzaL’abito di gala: il costume arbëresh
Ogni paese ha il proprio taglio, i propri colori e ricami, e le donne riconoscono a colpo d’occhio se un abito viene da Lungro, San Demetrio o Piana. L’abito di gala è un’eredità di famiglia, indossata a Pasqua e nelle altre grandi feste dell’anno liturgico, ai matrimoni e ai battesimi. A Piana si costruisce attorno alla keza, un copricapo ricamato oggi indossato il giorno delle nozze, e al brezi, un’ampia cintura d’argento. Un brezi di Piana, punzonato a Palermo nel 1710, è conservato al Victoria and Albert Museum di Londra, il cui catalogo ne spiega il nome: brez significa stirpe o progenie, e la sposa lo indossa come promessa di maternità. Il Museo del Costume e degli Ori di Vaccarizzo Albanese, aperto nel 1984 dal comune e dal suo sacerdote, papàs Giuseppe Faraco, espone affiancati gli abiti di gala, di mezza gala e quotidiani di sette comunità.
Gjitonia e cucina arbëreshe
Il paese stesso si organizza attorno alla gjitonia, una piccola piazza in cui confluiscono i vicoli, e alle case che vi si affacciano. Le famiglie intorno un tempo condividevano lì il lavoro agricolo, i bambini e le serate; quella vita comune è in gran parte scomparsa, ma la parola, di origine greca, sopravvive, e nei quartieri più antichi di Civita e Frascineto se ne vede ancora la forma.
La tavola è dell’Italia meridionale, con memorie balcaniche e nomi albanesi. I Dromësat sono briciole di farina cotte direttamente nel sugo di pomodoro. Le Shtridhëlat sono un unico filo di pasta tirato a mano e avvolto come un gomitolo, poi servito con ceci o fagioli. Gli Strangujët sono gnocchi fatti scivolare su due dita. Piana degli Albanesi è un paese di cannoli, dove ogni famiglia e pasticceria custodisce la propria ricetta della scorza. E Lungro beve mate, da una zucca passata di mano in mano, riportato circa 140 anni fa dagli emigranti di ritorno dall’Argentina. “Penso sia per questo che la gente di Lungro si sente un po’ argentina”, ha detto la cantante Anna Stratigò a La Nación nel luglio 2026. Ha avviato la festa del mate del paese affinché l’abitudine non scomparisse.
Si ricordano anche i mestieri antichi: a San Paolo Albanese, sotto il Pollino, il museo della cultura arbëreshe, fondato nel 1975, documenta come le donne raccoglievano la ginestra e ne lavoravano a mano la fibra per ricavarne filo e tessuto.
Musica
Musica arbëreshe: dai vjesh delle donne al rock arbëresh
Se ascoltate una sola cosa dell’Arbëria, ascoltate le donne cantare insieme: una voce lancia una frase e le altre la raccolgono. Gli stessi paesi hanno custodito a orecchio per secoli un canto liturgico, avviato nel 1980 un festival per canzoni nuove e oggi cantano in arbërisht su rock e rap.
Lanciato e raccolto: il vjesh
A San Costantino Albanese e San Paolo Albanese, sotto il Pollino in Basilicata, i canti femminili si chiamano vjesh, e i verbi ne raccontano il funzionamento. Una cantante inizia il canto con shtie, lanciare; le altre lo concludono con mbjedh, raccogliere. Una solista porta la melodia di fronte a un piccolo gruppo che canta insieme, le voci si muovono soprattutto per terze e finiscono all’unisono. Le donne lanciavano questi canti da una collina all’altra mentre lavoravano nei campi. Il repertorio si divide soprattutto in canti nuziali e canti per altre occasioni, mentre una seconda forma polifonica, la vallja, viene cantata e danzata in piazza da due gruppi di donne.
Le cantanti hanno un nome. Il 6 settembre 1997, a Villa Nitti a Maratea, Giulia D’Amato, Rosina D’Amato, Teresa Scutari e Antonietta Brescia cantarono “Oj garofulli te grasta”, il garofano nel vaso, uno dei canti più amati nei paesi, durante un concerto organizzato dall’etnomusicologo Nicola Scaldaferri, nato a San Costantino e docente all’Università di Milano. A Lungro la cantante Anna Stratigò ha fondato nel 2017 un coro femminile, Vuxhë Grash, Voci di donne, per imparare il repertorio orale dalle donne che ancora lo custodiscono.
Vjesh/Canto (2007): il trailer
Il film di 57 minuti di Rossella Schillaci sulle donne di San Costantino Albanese e San Paolo Albanese e sui loro canti. Distribuito dal Royal Anthropological Institute di Londra; il film completo si può noleggiare.
Trailer e noleggio · RAI FILM su VimeoUn canto alla Madonna, San Costantino, 2005
Antonietta Brescia, una delle cantanti del concerto di Maratea del 1997, intona “Shër Meria Illëthit” mentre la processione raggiunge il santuario. Pubblicato sul canale YouTube dell’etnomusicologo Nicola Scaldaferri.
Guarda su YouTube · Nicola ScaldaferriCanti per l’anno
In Sicilia, ha mostrato Matteo Mandalà, tre canti appartengono a sabati particolari: la ballata di Kostandin e Doruntina, su un fratello morto che si alza dalla tomba per mantenere la parola e riportare a casa la sorella, nei sabati delle anime prima del Carnevale; il canto di Lazzaro alla vigilia del Sabato di Lazzaro, il venerdì prima della Domenica delle Palme; e “Moj e bukura More” il sabato prima di Pentecoste. De Rada pubblicò la ballata nel 1866, con la sorella chiamata Garentina.
In tutte e cinque le comunità arbëreshe siciliane il canto viene ancora portato per le strade quel venerdì, a volte dopo essere stato cantato in chiesa, e i cantori vengono ricompensati soprattutto con uova o denaro. Il vescovo Giuseppe Crispi lo descrisse nel 1853: il venerdì sera un uomo con una cappa bianca passava di porta in porta insieme ad altri, cantando in coro, e la padrona di ogni casa dava loro uova, strutto o formaggio.
Nei paesi calabresi del Pollino, da Spezzano Albanese e Lungro a Frascineto e Civita, durante la Settimana Santa le donne recitano perlopiù la Passione come kalimera, dal greco buongiorno, spesso nei versi del poeta settecentesco Giulio Variboba; a San Basile uomini e donne la cantano a più parti. E il canto bizantino della chiesa fu trasmesso a orecchio per secoli finché, nel 1952 e nel 1953, il musicologo Ottavio Tiby registrò la liturgia di Piana degli Albanesi con i tecnici della Rai.
Il canto di Lazzaro in Sicilia
Un documentario di 20 minuti sul rito di Lazzaro a Piana degli Albanesi, Mezzojuso e Palazzo Adriano, introdotto dall’etnomusicologo Sergio Bonanzinga. Pubblicato dal Museo internazionale delle marionette Antonio Pasqualino di Palermo.
Guarda su YouTube · Museo Pasqualino“Moj e bukura More”
Nessun canto arbëresh è più conosciuto. Il primo verso dà l’addio alla Morea, il Peloponneso da cui partirono molte famiglie, ed è solitamente ascoltato come il lamento degli esuli per una patria perduta. Studiosi arbëreshë, tra cui Francesco Altimari e Mandalà, raccontano una storia più insolita: nacque come canto rituale di lutto per i defunti della famiglia nel periodo primaverile di Pentecoste, documentato dal Settecento, e divenne un inno dell’esilio soltanto quando i romantici ottocenteschi lessero nella Morea l’Albania perduta. Molti arbëreshë lo cantano ancora come inno dell’esilio.
Non ho mai incontrato un arbëresh che non conosca il canto, ma ho incontrato arbëreshë che non sanno che cosa sia la Morea.
I musicisti continuano a tornarvi: la cantante albanese-svizzera Elina Duni al TEDx di Ginevra nel 2014, il violoncellista Giovanni Sollima con un’orchestra barocca a Brema nel 2024, il tenore kosovaro Rame Lahaj nel paese arbëresh di Chieuti nel dicembre 2025.
Elina Duni canta “Moj e bukura More”
La cantante jazz albanese-svizzera dal vivo al TEDx Place des Nations di Ginevra, dicembre 2014.
Guarda su YouTube · Elina DuniSu nastro, 1954
Tra il 15 e il 23 aprile 1954 l’etnomusicologo Diego Carpitella e l’antropologo Ernesto De Martino viaggiarono nei paesi arbëreshë di Calabria e Basilicata con un registratore a nastro. Secondo il conteggio di Antonello Ricci e Roberta Tucci realizzarono 86 registrazioni, 74 delle quali in otto paesi calabresi da Pallagorio a Castroregio, tra cui canti nuziali, ninne nanne e un canto di Scanderbeg. Sette frammenti finirono nell’LP Columbia di musica popolare italiana di Alan Lomax e Carpitella del 1957. Cinquant’anni dopo Ricci e Tucci tornarono in tutti e otto i paesi per ritrovare i cantori e le loro famiglie, e pubblicarono 48 registrazioni con un libro. Sempre nel 1954, Carpitella e Alberto Mario Cirese registrarono nei paesi albanesi del Molise, a Ururi, Portocannone e Campomarino, mentre Walther Hennig registrò a Piana degli Albanesi e Spezzano Albanese; la Folkways di New York pubblicò quattro dei suoi canti nel 1956, eseguiti in quello che la copertina chiama dialetto albanese.
Tra il 1957 e il 1962 Joe Chiaffitella, un sarto di San Costantino emigrato a Brooklyn, portò un registratore avanti e indietro attraverso l’Atlantico. Registrò il canto del Lunedì di Pasqua delle donne del paese, gli uomini che intonavano Christós anésti all’alba, i suonatori di zampogna, fisarmonica e violino del paese e i messaggi fra le famiglie sulle due sponde. Oltre alla fisarmonica e al violino, la regione ha due cornamuse del Pollino, la surdulina e la zampogna a chiave, ciascuna con due canne melodiche e due bordoni, e il tamburello e la chitarra.
1980: un festival per canzoni nuove
Nel 1980, raccontava l’avvocato Giuseppe D’Amico, i canti ereditati erano soprattutto vjershë, canti lirici improvvisati su melodie antiche, e i giovani di San Demetrio Corone ne volevano di nuovi. Quell’agosto vi avviò il Festival della Canzone Arbëreshe. Il primo brano vincitore fu “Një kartë ka Xhermania”, Una lettera dalla Germania, sull’emigrazione. Nel 1985 vinse un brano intitolato “Jemi një kulturë çë ngë mënd vdes”: siamo una cultura che non può morire. Da allora il festival si è svolto quasi ogni agosto. Tra i vincitori figurano la star albanese Ardit Gjebrea nel 1991, la band siciliana SHEGA nel 2022 e la cantante albanese Iris Sula nel 2024. La 44ª edizione, l’8 agosto 2026, è andata a Giuseppe Baffa e Anna Maria Viteritti di Santa Sofia d’Epiro per “Katund i qetur”, Il paese tranquillo.
Rock, reggae e rap
La Peppa Marriti Band, di Santa Sofia d’Epiro, si è proposta di proteggere la lingua con il rock: i concerti passano dalle chitarre al violino balcanico alle antiche vjershë, e gli album Rockarbëresh (2005), Këndò! (2009) e Ajëret (2017), stando al racconto della band, li hanno portati al BunkerFest di Tirana e alla New York University. La Spasulati Band, dello stesso paese, ha mescolato reggae e dub con l’arbërisht e, racconta il gruppo, ha aperto il concerto di Manu Chao a Milano nel 2001. In Sicilia gli SHEGA interpretano i canti tradizionali di Piana in chiave indie-pop. Il programma Rai del 2026 sui giovani artisti arbëreshë raggiunge la remota Plataci, dove qualcuno fa persino rap in arbërisht, e Cic0 MC, rapper di una famiglia di Plataci, ha registrato “Për mos harrosh”, Per non dimenticare, per la docuserie Rai Matriçë Arbëreshe; il brano è uscito nel gennaio 2026.
Peppa Marriti Band, “25 Gërsheta”
La rock band di Santa Sofia d’Epiro, con i danzatori del gruppo folkloristico locale Shqiponjat. Un omaggio alla musica popolare albanese. Video ufficiale, 2017.
Guarda su YouTube · Peppa Marriti BandSHEGA, “Mos më thuaj jo”
La band di Piana degli Albanesi ha vinto il 40º Festival della Canzone Arbëreshe a San Demetrio Corone con questo brano il 13 agosto 2022.
Guarda su YouTube · SHEGA MUSICL’identità arbëreshe non è folklore da tenere sotto vetro, ma un organismo vivente, capace di dialogare con i linguaggi di oggi senza perdere la propria essenza.
Dieci registrazioni da cui cominciare
- “Oj garofulli te grasta”Giulia e Rosina D’Amato, Teresa Scutari e Antonietta Brescia di San Costantino Albanese, dal vivo a Maratea, 6 settembre 1997.Archivio Sonoro
- Musica arbëreshe in CalabriaQuarantotto delle registrazioni realizzate da Diego Carpitella ed Ernesto De Martino in otto paesi calabresi nell’aprile 1954, con due CD. A cura di Antonello Ricci e Roberta Tucci.Squilibri
- “Memories from a loyal companion”I nastri di Joe Chiaffitella da San Costantino Albanese e Brooklyn, 1957–1962, a cura del laboratorio LEAV dell’Università di Milano.LEAV
- “Ajri piruks”Vuxhë Grash, il coro femminile di Lungro fondato da Anna Stratigò, dal vivo.YouTube
- “Moj e bukura More”L’arrangiamento di Giovanni Sollima per violoncello e Bremer Barockorchester, registrato a Brema il 9 marzo 2024.YouTube
- “Moj e bukura More”Il tenore kosovaro Rame Lahaj con Angela Dell’Aquila, registrato in un’unica ripresa a Chieuti, in Puglia, nel dicembre 2025.YouTube
- “Durim”La Spasulati Band di Santa Sofia d’Epiro alla televisione albanese, al Top Fest 2, 20 gennaio 2005.YouTube
- “Kënga e Matit”La canzone di Anna Stratigò sul mate che a Lungro si beve da oltre un secolo, in arbërisht, italiano e spagnolo, 2012.YouTube
- “Trëndafili i Shkëmbit”Gli SHEGA suonano dal vivo un canto tradizionale di Piana degli Albanesi nel paese, ottobre 2020.YouTube
- “Për mos harrosh”Al Maranca con il rapper Cic0 MC, scritto per la serie Rai Matriçë Arbëreshe, gennaio 2026.Connemaris
Persone
Arbëreshë celebri: scrittori, ribelli e un presidente del Consiglio
Un popolo di poche decine di paesi collinari contribuì ad avviare la letteratura albanese moderna, servì nel governo di Garibaldi del 1860 e diede all’Italia unita un presidente del Consiglio.
Quando l’Albania era una provincia ottomana quasi priva di scuole in albanese, gli arbëreshë avevano già libri nella propria lingua e collegi propri: il seminario di Giorgio Guzzetta a Palermo e il collegio che divenne Sant’Adriano a San Demetrio Corone.
L’allievo più celebre del Sant’Adriano fu Girolamo De Rada, figlio del parroco di Macchia Albanese. Il suo I canti di Milosao, una storia d’amore in versi, è generalmente considerato l’opera che apre la rinascita letteraria albanese, la Rilindja, e la rivista bilingue che fondò in seguito si chiamava Fiàmuri Arbërit, la bandiera di Arbër. Attorno a lui scrissero Zef Serembe di San Cosmo, Francesco Antonio Santori di Santa Caterina, Gavril Dara di Palazzo Adriano, Giuseppe Schirò di Piana e il filologo Demetrio Camarda di Piana, che raccolse i canti.
Gli stessi collegi produssero ribelli. Pasquale Baffi di Santa Sofia d’Epiro, il grecista che dirigeva la biblioteca reale di Napoli, fu impiccato nel 1799 per il suo ruolo nella Repubblica Napoletana. Domenico Mauro di San Demetrio costruì una rete rivoluzionaria tra i giovani greco-albanesi del distretto di Cosenza, partecipò ai moti del 1843–44 e fu tra i deputati che formarono un governo provvisorio a Cosenza nel 1848. Quando Garibaldi conquistò Napoli nel 1860, Pasquale Scura di Vaccarizzo divenne suo ministro della Giustizia e Luigi Giura, nato a Maschito, ministro dei Lavori pubblici. Francesco Crispi, il cui padre era originario di Palazzo Adriano, divenne poi presidente del Consiglio.

Girolamo De Rada
Il suo I canti di Milosao (1836) è generalmente considerato l’opera che apre la Rilindja, la rinascita letteraria albanese. Fondò L’Albanese d’Italia nel 1848 e la rivista Fiàmuri Arbërit nel 1883.
Albanian General Directorate of Archives · Pubblico dominio
Giorgio Guzzetta
Il sacerdote che fondò nel 1734 il seminario greco-albanese di Palermo, che per due secoli formò il clero delle comunità siciliane.
Pittore non identificato · Pubblico dominio
Francesco Crispi
Uno dei Mille di Garibaldi, poi presidente del Consiglio italiano nel 1887–91 e nel 1893–96. Formato al seminario di Guzzetta, si definiva “albanese di sangue e di cuore”.
Eugenio Interguglielmi · Pubblico dominio
Agesilao Milano
Un allievo del Sant’Adriano divenuto soldato, che l’8 dicembre 1856 si scagliò contro re Ferdinando II con la baionetta e fu impiccato cinque giorni dopo.
Autore ignoto · Pubblico dominio
Luigi Giura
Nato in un paese di fondazione albanese, costruì il primo ponte sospeso d’Italia, sul Garigliano, e fu ministro dei Lavori pubblici di Garibaldi nel 1860.
Autore ignoto · Pubblico dominio
Zef Serembe
Un inquieto poeta lirico dell’esilio, morto a San Paolo; le poesie sopravvissute furono pubblicate soltanto nel 1926.
Autore ignoto · Pubblico dominio
Anselmo Lorecchio
Il suo giornale La Nazione Albanese si batté per l’indipendenza dell’Albania; il presidente albanese si recò a Pallagorio per il centenario della sua morte nel 2024.
La Nazione Albanese · Pubblico dominio
Giuseppe Schirò
Poeta delle Rapsodie albanesi (1887), lette dai patrioti sull’altra sponda del mare, e in seguito professore di albanese all’Istituto Orientale di Napoli.
Albanian General Directorate of Archives · CC BY-SA 3.0
Terenzio Tocci
Nel 1911 sollevò i capi della Mirdita contro gli ottomani, poi servì l’Albania come ministro sotto Zog e, durante l’occupazione italiana, come presidente del Consiglio Corporativo Fascista. Fu condannato a morte nel 1945.
Albanian Central State Archive · Pubblico dominio
Stefano Rodotà
Treccani lo fa risalire a “un’antica famiglia arbëreshe”. Fu il primo Garante italiano per la protezione dei dati personali e uno degli estensori della Carta dei diritti fondamentali dell’UE.
Andrea Caranti · CC BY-SA 3.0
Victor Schiro
Sindaco di New Orleans dal 1961 al 1970. Il French Quarter Journal lo annovera tra gli arbëreshë della città, la cui Contessa Entellina Society risale al 1886.
New Orleans City Government · Pubblico dominio
Joseph J. DioGuardi
Suo padre lasciò Greci, l’unico paese arbëresh della Campania, nel marzo 1929, a quindici anni. Il figlio rappresentò New York alla Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti dal 1985 al 1989 e divenne il presidente fondatore dell’Albanian American Civic League.
Dr. Susan Hardwicke · CC BY-SA 3.0Nel Novecento gli arbëreshë si dedicarono alla causa albanese e ai propri diritti in Italia. Il 10 settembre 1911 Piana degli Albanesi tenne una manifestazione “Pro Albania” con, secondo il racconto del comune, Giuseppe Schirò al centro, pochi mesi dopo che Terenzio Tocci di San Cosmo aveva riunito in aprile a Orosh i capi della Mirdita e proclamato l’indipendenza albanese. In Italia Costantino Mortati, di una famiglia arbëreshe con casa a Civita, fu tra i giuristi che scrissero la Costituzione italiana; lo studioso arbëresh Francesco Altimari sostiene che portò l’esperienza della propria comunità nell’Articolo 6, che tutela le minoranze linguistiche. Mario Brunetti di Plataci, parlamentare, contribuì all’approvazione della legge del 1999 che diede attuazione a quell’articolo. All’estero il romanziere argentino Ernesto Sabato disse che sua madre “apparteneva a un’antica famiglia albanese”; un necrologio calabrese ne riconduce la famiglia a San Martino di Finita.
Gli elenchi online rivendicano anche Monica Bellucci, Gennaro Gattuso e Danny DeVito. Nessuna loro biografia conferma l’affermazione.
Film
Gli arbëreshë al cinema: un secolo di documentari
Le cineprese arrivano nei paesi da quasi cent’anni: i cinegiornali del regime fascista, lo studio cinematografico statale albanese, gli autori italiani, un dramma su Netflix e, dal 2025, un intero filone di programmi Rai.
I cinegiornali, 1928–1964
Le prime riprese provengono dall’Istituto Luce, l’organo cinematografico del regime, e dai cinegiornali del dopoguerra oggi nel suo archivio. Nel settembre 1928 una delegazione di donne di Piana dei Greci fu filmata a Roma in abito di gala, a fini propagandistici; la cinepresa indugia su una fibbia d’argento con San Giorgio. Dopo la guerra le cineprese raggiunsero i paesi. La Settimana Incom filmò un matrimonio di rito bizantino in provincia di Cosenza nel 1951, la Pasqua a Piana e un battesimo all’aperto a Frascineto nel 1955, e la festa delle arance di Piana nel 1964. I narratori chiamano questi paesi “ortodossi”. Erano, e sono, cattolici.
Pasqua a Piana, 1955
La Settimana Incom, 13 aprile 1955: donne in abito di gala escono dalla chiesa a Piana degli Albanesi e distribuiscono uova di Pasqua dai cestini. 64 secondi.
Archivio Luce Cinecittà su YouTubeUn matrimonio bizantino, 1951
La Settimana Incom, 18 ottobre 1951: un matrimonio in un paese arbëresh della provincia di Cosenza. Il sacerdote lascia cadere il bicchiere; un testimone tocca tre volte le teste degli sposi con corone di fiori d’arancio. 87 secondi.
Archivio Luce Cinecittà su YouTubeL’Albania guarda oltre il mare, 1965–1993
L’Albania comunista non poteva visitare liberamente gli arbëreshë, ma li inserì nella propria diplomazia culturale, e il suo studio cinematografico statale, Kinostudio Shqipëria e Re, li filmò ogni volta che poté. Takim me arbëreshët, Incontro con gli arbëreshë (1965, 18 minuti), seguì una spedizione dell’Università di Tirana nei paesi calabresi: la casa di De Rada, il collegio Sant’Adriano, ragazze che cantano, una danza di Scanderbeg. Mes vëllezërve arbëreshë, Tra i fratelli arbëreshë (1980), accompagnò il complesso folkloristico Skënderbeu di Korçë, che richiamò 5.000 persone ad Acri. Arbëreshët (1982, 35 minuti) seguì un cantante che andava di casa in casa con la chitarra. Moj e bukura Arbëri (1989) portò donne arbëreshe a cantare al festival folkloristico di Gjirokastër. E nel 1993, dopo la caduta del regime, Kujtim Gjonaj realizzò un ritratto di De Rada per il nuovo studio Albafilm e gli diede l’espressione con cui la comunità si definisce: Gjaku ynë i shprishur, il nostro sangue sparso. L’Archivio Centrale Statale del Cinema Albanese li conserva tutti.
Gli autori, 1979–2019
Nell’aprile 1979 Vittorio De Seta, il grande documentarista siciliano, dedicò una puntata della sua serie Rai sulle scuole italiane a Carmine De Padova, insegnante di San Marzano di San Giuseppe che insegnava le tradizioni arbëreshe fuori orario in casa propria. Nel 2007 Salvo Cuccia e altri nove registi realizzarono Albasuite, nove documentari sulla comunità: tra questi Vjesh/Canto di Rossella Schillaci sui canti femminili, Rockarbëresh di Cuccia sulle band, La nostra chiesa sul rito e Sangue sperso, il ritratto di Rosita Bonanno di una guida museale e cantante popolare di Piana. Il documentario svizzero Arbëreshë (2003) mise in viaggio insieme uno scrittore arbëresh e un giornalista kosovaro dalla Svizzera, da Berna attraverso Santa Sofia d’Epiro fino a Tirana e Prizren. E nel 2019 Francesca Olivieri, la cui nonna era di Santa Caterina Albanese, realizzò Arbëria, un dramma su una sarta che torna nel suo paese del Pollino dopo la morte del padre e riscopre le proprie radici attraverso la nipote.
Arbëria (2019): il trailer
Il trailer del dramma di 80 minuti di Francesca Olivieri, in italiano e arbërisht; su Netflix da dicembre 2021.
Trailer · Open Fields Productions su VimeoOggi: Rai, 2025–2026
Dal settembre 2025 Rai Calabria Arbëreshe ha realizzato Gjitonia, 26 programmi, perlopiù ritratti di paesi di 45 minuti; Matriçë Arbëreshe, una serie in sei puntate di Luca Vullo in cui persone dei paesi arbëreshë tra il Crotonese e la provincia di Cosenza ricostruiscono le proprie famiglie e si sottopongono a test genetici; e monografie su Pasqua, Natale, Carnevale, nascita e matrimonio. Tutti sono gratuiti su RaiPlay dopo l’accesso. La produzione di finzione più recente è Primo Sangue (2026), un corto di venti minuti di Antonio La Camera narrato in arbërisht, che ha avuto la prima italiana in concorso al Trento Film Festival.
Dove guardare e ascoltare
Giornale Luce e La Settimana Incom
Cinegiornali da Piana e dai paesi calabresi: uova di Pasqua, un matrimonio bizantino, un battesimo all’aperto a Frascineto, la festa delle arance del 1964.
Archivio Luce su YouTubeTakim me arbëreshët · Arbëreshët · Gjaku ynë i shprishur
Lo studio cinematografico statale albanese visita i suoi cugini: la casa di De Rada, un cantante che passa di porta in porta con la chitarra, un ritratto del poeta.
Archivio Centrale Statale del Cinema Albanese“Tutti i cittadini sono uguali senza distinzione di lingua”
Dalla serie di De Seta sulle scuole italiane: un insegnante di San Marzano di San Giuseppe che insegnava le tradizioni arbëreshe in casa propria.
Pesaro Film FestivalArbëreshë
Uno scrittore arbëresh e un giornalista kosovaro dalla Svizzera viaggiano insieme da Berna, passando per Santa Sofia d’Epiro, fino a Tirana e Prizren.
Swiss FilmsAlbasuite
Nove documentari, tra cui Vjesh/Canto, Rockarbëresh, La nostra chiesa e Sangue sperso.
La scuola nazionale di cinema italianaArbëria
Una sarta torna nel suo paese e alla minoranza di cui è cresciuta vergognandosi. Anna Stratigò è nel cast.
Noleggia su VimeoGjitonia · Matriçë Arbëreshe · Monografie
Ventisei programmi di Gjitonia, perlopiù ritratti di paesi, la serie genealogica in sei puntate di Luca Vullo e ritratti della Pasqua, del Carnevale, della nascita e del matrimonio.
RaiPlay (accesso gratuito)Radio noMade in Arberia
Registrazioni sul campo e un nastro radiofonico del 1974 sulla lingua, montati in una passeggiata attraverso la nazione dispersa.
Radio PapessePrimo Sangue
Un corto narrato in arbërisht: una donna ricorda la depressione della madre vista da bambina. In concorso al Trento Film Festival 2026.
Trento Film FestivalOggi
Gli arbëreshë oggi
I paesi sono più piccoli di un tempo, e le famiglie sono ovunque. In due anni gli arbëreshë hanno ricevuto la visita di due presidenti, sono arrivati sulla Rai e all’attenzione del consiglio comunale di Torino, e sono stati fotografati e registrati a Piana dai volontari Wikimedia.
Tre Scanderbeg per la Calabria
Nel suo secondo viaggio nei paesi calabresi, il presidente albanese Bajram Begaj inaugura tre monumenti a Scanderbeg a Santa Sofia d’Epiro, San Basile e Zangarona: due busti da lui donati e una statua equestre a San Basile, mantenendo una promessa fatta nell’ottobre precedente.
ShqiptarjaUn festival canoro vinto dall’altra sponda del mare
Il 42º Festival della Canzone Arbëreshe di San Demetrio Corone va a Iris Sula, cantante albanese, con “Për ty”. I concorrenti provenivano dall’Albania e dai paesi arbëreshë di Calabria, Sicilia e Puglia.
AcriNews
La chiesa di Sant’Adriano a San Demetrio Corone nel 2017. Il 42º festival si è svolto davanti alla chiesa.Asia / Wikimedia Commons · CC BY-SA 4.0Due presidenti a Piana
Sergio Mattarella e Bajram Begaj visitano insieme Piana degli Albanesi. Un coro di bambini canta entrambi gli inni. All’inizio del discorso Mattarella saluta la sala con “Falem, mirëmëngjes!” e ricorda di aver incontrato gli arbëreshë di Roma a sedici anni, nel 1957.
Testo ufficiale del discorso
Begaj e Mattarella al Quirinale, a Roma, il 26 maggio 2023, l’anno prima della visita a Piana.Quirinale.it / Wikimedia Commons · Uso libero con attribuzioneGluha Jonë: un corso gratuito per tutti
Piana degli Albanesi apre a chiunque un corso gratuito di arbërisht: tre lezioni di due ore alla settimana, tenute da insegnanti della comunità.
Balarm
Segnaletica a Piana in entrambe le lingue: il municipio è Bashkia, la chiesa di San Giorgio Klisha e Shën Gjergjit. Marzo 2026.Effems / Wikimedia Commons · CC0Adolescenti molisani in Albania
Il Centro albanese di studi arbëreshë organizza il suo primo viaggio per i giovani, con un programma che porta ragazzi dai 14 ai 17 anni di Montecilfone, Portocannone e Ururi a Tirana, Krujë, Shkodër, Lezhë e Berat.
QSPA
Krujë, una delle cinque città previste dal programma, sotto la collina del castello di Scanderbeg, nel 2023.Marmontel / Wikimedia Commons · CC BY 2.0La lingua sulla Rai
La Rai avvia un’ora settimanale di televisione in arbërisht e sull’arbërisht la domenica mattina, più uno spazio radiofonico nei giorni feriali. Secondo la Rai, la Calabria è la prima regione senza autonomia speciale a ricevere programmi di questo tipo.
Rai TGR Calabria
Il traliccio di trasmissione della sede regionale Rai della Calabria, a Cosenza, nel 2010.Salvatore Migliari / Wikimedia Commons · CC BY 3.0Un vescovo calabrese per la Sicilia
Raffaele De Angelis, sacerdote dell’Eparchia di Lungro, viene ordinato vescovo nella cattedrale di Lungro e otto giorni dopo si insedia come eparca di Piana degli Albanesi, che non aveva un proprio eparca da oltre cinque anni.
RaiPlay
La cattedrale di San Demetrio a Piana degli Albanesi, sede dell’eparchia oggi guidata da De Angelis, nel settembre 2026.GiovanniPen / Wikimedia Commons · CC BY-SA 4.0Domenica delle Palme in abito di gala
La Domenica delle Palme le donne di Piana degli Albanesi sfilano in processione nell’abito di gala del paese, nella prima Settimana Santa sotto il nuovo eparca, Raffaele De Angelis.
Wikimedia CommonsTorino si muove per tutelare i suoi arbëreshë
Il consiglio comunale di Torino approva all’unanimità una delibera che avvia la procedura prevista dalla legge 482 per riconoscere gli arbëreshë residenti in città come minoranza linguistica storica. Li stima in circa 10.000, una comunità formatasi in decenni di migrazione verso il Piemonte.
ArbInfoCulture
Il municipio di Torino, Palazzo Civico, sede del consiglio comunale, nell’ottobre 2020.Zairon / Wikimedia Commons · CC BY-SA 4.0“Katund i qetur” vince il 44º festival
Giuseppe Baffa e Anna Maria Viteritti di Santa Sofia d’Epiro vincono il Festival della Canzone Arbëreshe con una canzone su un paese tranquillo e una casa diventata un sogno.
AcriNews
L’antica abbazia di Sant’Adriano, sede del collegio dal 1794, nel 2017. Il festival si tiene nella piazza davanti al collegio.Asia / Wikimedia Commons · CC BY-SA 4.0Sicilia e Calabria sfilano insieme
Alla terza Giornata dell’Identità Arbëreshe a Contessa Entellina, per la prima volta delegazioni di Lungro, Firmo e Acquaformosa sfilano in costume accanto ai paesi siciliani.
Kuntisa
Contessa Entellina dalla strada di accesso al paese, nel novembre 2012.Stephen Woolverton / Wikimedia Commons · CC BY-SA 4.0Wiki Loves Arbëreshë
Volontari di Wikimedia Italia e Wikimedia Shqipëria fotografano chiese, cucine e strade di Piana e registrano un parlante locale per Lingua Libre: quasi 300 file, liberamente utilizzabili da chiunque.
Wikimedia Commons
Contessa Entellina aveva 3.364 abitanti nel 1861; quasi 3.000 partirono per New Orleans nei decenni successivi. La Contessa Entellina Society fu costituita lì l’8 settembre 1886 e i suoi membri parlavano ancora arbërisht tra loro negli anni 1990. A Contessa un monumento ai caduti del 1919 fu pagato in parte dai “nostri fratelli residenti a New Orleans”. Emigranti di Acquaformosa, Lungro e Firmo crearono comunità a Buenos Aires, dove nel 1961 si stabilì anche una donna di San Benedetto Ullano, e famiglie degli stessi tre paesi misero radici in Germania e Francia. Altri si spostarono nel Nord Italia: una delibera del consiglio comunale di Torino del 2026 conta circa 10.000 arbëreshë in città, una comunità formatasi in decenni di migrazione.
L’altra sponda presta più attenzione di un tempo. Nel 2019 l’Albania ha istituito a Tirana un Centro di studi arbëreshë. Il presidente Bajram Begaj ha visitato i paesi calabresi nell’ottobre 2023 e nel maggio 2024. I cantanti albanesi ora partecipano al festival canoro di San Demetrio. Nell’agosto 2026 l’eparca di Piana ha scritto agli emigranti tornati per l’estate, chiamandoli ambasciatori e chiedendo ai giovani di custodire la lingua “con orgoglio”.
Abbiamo conservato la lingua arbëreshe per 500 anni. Ora siete voi a dover fare qualcosa per noi.
La domanda più difficile è quella che ha commosso il ragazzo di Santa Sofia: chi parlerà arbërisht domani? I paesi hanno cinque secoli di esperienza come minoranza, una legge dal 1999, un’ora di televisione Rai ogni domenica mattina dal 2025 e cantanti e insegnanti che usano la lingua in pubblico.
Cinque secoli dopo la traversata, l’antico nome è ancora in uso: Piana degli Albanesi si chiama Hora e Arbëreshëvet, e ogni estate San Demetrio Corone incorona una nuova canzone al Festival della Canzone Arbëreshe. I Balcani sono passati a shqiptar. Chi è partito ha conservato la parola che diceva chi era al momento della partenza, e quella parola è sopravvissuta alle ragioni dell’esodo.
Domande
Le domande sugli arbëreshë
Risposte brevi, con la storia completa nei capitoli precedenti.
Chi sono gli arbëreshë?
Gli arbëreshë (scritto anche Arbereshe o Arberesh, e noti come italo-albanesi) sono la comunità storica albanese d’Italia: cittadini italiani discendenti dagli albanesi insediatisi nell’Italia meridionale e in Sicilia tra il Quattrocento e il Settecento, soprattutto dopo la morte di Scanderbeg nel 1468. All’ultimo conteggio nelle cinquanta comunità storiche vivevano circa 83.000 persone (Istat, 2017), distribuite in sette regioni; molti sono cattolici di rito bizantino e molti parlano ancora arbërisht.
Perché gli arbëreshë dicono arbëresh e non shqiptar?
Perché la maggior parte partì prima che shqiptar si diffondesse come nome nazionale. Al tempo di Scanderbeg gli albanesi chiamavano sé stessi arbëresh e la loro terra Arbër o Arbëri. Shqiptar si affermò nei Balcani intorno al 1700 e vi sostituì il nome antico; raggiunse i paesi in Italia soltanto più tardi, come parola dotta, ed è assente dai dialetti tradizionali. Arbëresh in Italia, arvanites in Grecia e arbnesh in Croazia sono le sopravvivenze dell’antico nome.
Come si pronuncia Arbëreshë?
Ar-buh-RESH-uh, con l’accento sulla terza sillaba; la ë è la vocale debole della “a” inglese in “about”. Una persona è un arbëresh, ar-buh-RESH, e la lingua è arbërisht, ar-buh-RISHT.
Gli arbëreshë sono albanesi o italiani?
Entrambe le cose, e da più tempo di quanto l’Italia o l’Albania esistano come Stati. Sono cittadini italiani riconosciuti dalla legge 482 del 1999 come minoranza linguistica albanese. Quanto si sentano albanesi varia: in uno studio del 2003 gli adulti di Portocannone non si identificavano con l’Albania, mentre lo scrittore di Piana Mario Caliva la chiama “la terra promessa”. A Piana nel 2024 il presidente Mattarella li definì “di discendenza albanese, ma italiani da molto tempo”.
L’arbërisht è uguale all’albanese?
È albanese, ma non l’albanese standard di Tirana: è albanese tosco sviluppatosi autonomamente per cinque secoli, conservando suoni antichi (gluha per gjuha, val per vaj) e prendendo in prestito dal greco, dall’italiano e dal siciliano. Un albanese ne capisce molto, con uno sforzo: in un articolo del 2025 uno scrittore di New Orleans che parlava albanese standard disse di capire più della metà dell’arbërisht di un pasticciere di Piana, mentre il proprietario capiva quasi tutto ciò che diceva lui.
Quanti sono gli arbëreshë?
Nessuno lo sa esattamente, perché l’Italia non censisce l’etnia. Il censimento del 1921 rilevò 80.282 persone in famiglie di lingua albanese. La stima del linguista Leonardo Savoia per Treccani è di circa 100.000 persone nelle comunità storiche, il 60–70 per cento delle quali conosce la lingua. I dati Istat per le stesse cinquanta comunità indicavano 82.773 residenti alla fine del 2017. Le due eparchie contano circa 55.400 fedeli e una delibera comunale di Torino stima gli arbëreshë della città in circa 10.000. Ogni cifra è una soglia minima.
Qual è la religione degli arbëreshë?
Sono tutti cattolici e molti appartengono alla Chiesa cattolica italo-albanese: cattolici in piena comunione con Roma che seguono il rito bizantino, con icone, una liturgia cantata in greco e albanese e sacerdoti che possono sposarsi. La Chiesa ha due eparchie, Lungro (1919) per l’Italia continentale e Piana degli Albanesi (1937) per la Sicilia, oltre all’abbazia di Grottaferrata. Alcuni paesi, come Spezzano Albanese, passarono al rito latino molto tempo fa.
Gli arbëreshë sono la stessa cosa degli arvaniti?
Sono cugini. Gli arvaniti sono le comunità di lingua albanese della Grecia, insediatesi lì dal tardo Medioevo; la loro parlata, come l’arbërisht, è albanese tosco ed entrambe hanno conservato il nome antico. Alcune famiglie arbëreshe arrivarono in Italia passando dalla Grecia, come i Coronei di Koroni nel Peloponneso, partiti per il Regno di Napoli dal 1533; la fortezza fu riconsegnata agli ottomani nell’aprile 1534.
Che cos’è “Moj e bukura More”?
Il canto arbëresh più conosciuto, che dà l’addio alla Morea, il Peloponneso. Di solito viene ascoltato come il lamento degli esuli, ma studiosi arbëreshë come Francesco Altimari e Matteo Mandalà lo fanno risalire a un canto rituale di lutto eseguito prima di Pentecoste, documentato dal Settecento; divenne un inno patriottico soltanto nell’Ottocento.
Gli arbëreshë hanno una propria bandiera?
No. I paesi e i festival arbëreshë espongono la bandiera albanese, rossa con l’aquila nera bicipite di Scanderbeg, accanto al tricolore italiano. L’aquila compare anche nello stemma di Piana degli Albanesi; le “bandiere arbëreshe” distinte che circolano online sono creazioni di appassionati.
Quale musica arbëreshe dovrei ascoltare per prima?
Comincia dai vjesh delle donne di San Costantino Albanese, cantati dal vivo a Maratea nel 1997, dal canto di Lazzaro dei paesi siciliani e da “Moj e bukura More”. Poi la musica nuova: il rock arbëresh della Peppa Marriti Band, le versioni degli SHEGA dei canti di Piana degli Albanesi e i vincitori del Festival della Canzone Arbëreshe di San Demetrio Corone. Il capitolo sulla musica elenca dieci registrazioni con i relativi link.
Quali personaggi famosi sono arbëreshë?
Tra i casi documentati ci sono il poeta Girolamo De Rada, il presidente del Consiglio Francesco Crispi, il ribelle risorgimentale Agesilao Milano, i giuristi Costantino Mortati e Stefano Rodotà, il romanziere Carmine Abate e il sindaco di New Orleans Victor Schiro. Antonio Gramsci aveva radici albanesi per parte di padre, ma in una lettera dal carcere datò la fuga della famiglia dall’Epiro intorno al 1821, molto dopo le migrazioni arbëreshe. Monica Bellucci, Gennaro Gattuso e Danny DeVito compaiono negli elenchi online; nessuna biografia conferma l’affermazione.
Esistono cognomi tipicamente arbëreshë?
Non esiste una tabella affidabile della frequenza dei cognomi arbëreshë, quindi diffida degli elenchi che sostengono il contrario. Si possono invece documentare le famiglie e i paesi d’origine: Schirò, Matranga e Camarda a Piana degli Albanesi, Crispi e Dara a Palazzo Adriano, Rodotà a San Benedetto Ullano, Stratigò a Lungro, Baffi a Santa Sofia d’Epiro. Un cognome dall’aspetto italiano non esclude un’ascendenza arbëreshe, e uno dall’aspetto balcanico non la dimostra.
Come posso scoprire se la mia famiglia è arbëreshe?
Parti dal paese, non dal cognome. Un antenato nato in uno dei 50 comuni del registro è l’indizio più forte. I registri parrocchiali delle eparchie di Lungro e Piana degli Albanesi riportano il rito e il paese di una famiglia, e gli atti dello stato civile italiano risalgono al 1809 nell’ex Regno di Napoli (al 1820 in Sicilia). Un test del DNA può indicare i Balcani, ma non distinguere un paese arbëresh da uno albanese.
Leggi, guarda, ascolta
Le fonti di questa guida
Studi, archivi, emittenti pubbliche e pubblicazioni della comunità: 68 fonti, ciascuna verificata per questa edizione.
Mostra tutte le 68 fonti
- Arbëreshë: nomi, varietà linguistiche e comunitàVito Matranga, Korpus im Text (archiviato), 2019
- Pse bota na quan Albania dhe origjina e emrit ShqipëriEqrem Çabej, ripubblicato da Telegrafi, 1972
- Tesi di dottorato sull’etnonimo e sull’identità arbëresheFerdinando Maria Mandalà, Università di Palermo, 2024
- Gli arbëreshë: breve storia di un’antica minoranza linguistica in ItaliaMatteo Mandalà e Kateřina Knittlová, Kulturní studia, 2024
- Gli Arbëreshë di CalabriaFrancesco Altimari, Nomos, 2025
- Le varietà italoalbanesiLeonardo M. Savoia, Linguistik Online, 2025
- Comunità albaneseLeonardo M. Savoia, Enciclopedia dell’Italiano, Treccani, 2010
- Albanesi d’ItaliaEnciclopedia Italiana, Treccani, 1929
- La comunità arbëreshe a New Orleans, seconda parteMark Orfila, French Quarter Journal, 2025
- Contessa Entellina capitale dell’identità arbëresheKuntisa, 2026
- Il panino si chiama “U ghiegghiu”: l’ira del papàs LanzaCosenza Channel, 2023
- Profilo di Carmine Abate, Il Mucchio Selvaggiocarmineabate.net (archiviato), 2006
- Carmine Abate: l’impegno attraverso la narrazioneLibreriamo, 2012
- Intervista Matteo Mandalà: Skënderbeu figurë e lartë europianeShqiptarja, 2018
- Shqipëria është toka e premtuar e arbëreshëveTelegrafi, 2022
- Atteggiamenti verso la lingua arbëreshe a PortocannoneCarmela Perta, University of Edinburgh, 2003
- Intervento del Presidente Mattarella a Piana degli Albanesi, 18 ottobre 2024Consulta Online, 2024
- Atlante delle lingue del mondo in pericolo (edizione online): ArbëreshUNESCO, copia archiviata, s.d.
- Legge 15 dicembre 1999, n. 482Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, 1999
- Registro 2026 dei comuni delle minoranze linguistiche storichePresidenza del Consiglio dei Ministri, 2026
- Ti ëndërrën si na (Tu sogni come noi)Rai Calabria Arbëreshe, RaiPlay, 2026
- Imparare gratis l’arbëreshe: il nuovo corso aperto a tuttiBalarm, 2024
- L’Eparchia di Lungro verso il centenarioEparchia di Lungro, 2016
- Eparchia di Piana degli AlbanesiCatholic-Hierarchy, 2025
- Pasqua a Piana degli Albanesi: programmaCittà Metropolitana di Palermo, 2012
- Piana degli Albanesi e le sue secolari tradizioni pasqualiilSicilia, 2018
- Cintura (brezi), Piana degli Albanesi, 1710Victoria and Albert Museum, s.d.
- Museo del costume e degli ori arbëreshëComune di Vaccarizzo Albanese, s.d.
- Le gjitonie arbëresheFAI, Fondo per l’Ambiente Italiano, s.d.
- Cucina arbëreshe: la Calabria che non ti aspettiLa Cucina Italiana, 2018
- Somos un poco argentinos: Lungro, el pueblo italiano que adoptó el mateLa Nación, 2026
- Vjesh/Singing: nota alla proiezioneRoyal Anthropological Institute, 2012
- Concerto tradizionale arbëresh, Maratea 1997Archivio Sonoro Basilicata, 1997
- Musica arbëreshe in Calabria: le registrazioni di Diego Carpitella e Ernesto De Martino (1954)Antonello Ricci e Roberta Tucci, Squilibri, 2006
- Italia settentrionale e centrale e gli albanesi di CalabriaAlan Lomax e Diego Carpitella, Columbia World Library, 1957
- Folk Music from Italy (FE 4520): note di accompagnamentoSmithsonian Folkways, 1956
- Voci attraverso l’oceano: i nastri di ChiaffitellaLEAV, Università degli Studi di Milano, s.d.
- Il rito musicale del Lazzaro nelle comunità arbëreshe di SiciliaGirolamo Garofalo e Giuseppe Giordano, Università di Palermo, 2016
- Il canto bizantino e le registrazioni di Ottavio Tiby del 1952–53Girolamo Garofalo, Università di Palermo, 2006
- Canti del calendario degli arbëreshë sicilianiMatteo Mandalà, Shêjzat, 2018
- Kalimera della Passione nei paesi del PollinoGiovanni Belluscio e altri, Università della Calabria, 2016
- Historia e këngës “O e bukura More”BalkanWeb, 2015
- Le cornamuse nell’area del Monte PollinoNicola Scaldaferri, Università degli Studi di Milano, 2022
- Storia del FestivalFestival della Canzone Arbëreshe, s.d.
- Albo d’oro del FestivalFestival della Canzone Arbëreshe, s.d.
- Giuseppe Baffa e Anna Maria Viteritti vincono il Festival della Canzone ArbëresheAcriNews, 2026
- La bandPeppa Marriti Band, s.d.
- Anna Stratigò e il coro Vuxhë GrashDelia Dattilo, Journal of Ethnology and Folkloristics, 2025
- Për mos harrosh: Al Maranca feat. Cic0 MCConnemaris, 2026
- Albasuite: nove documentari sulla cultura arbëresheFondazione Centro Sperimentale di Cinematografia, 2008
- Arbëreshët (1982) e altri film della KinostudioArkivi Qendror Shtetëror i Filmit, s.d.
- Gjaku ynë i shprishur (1993)Arkivi Qendror Shtetëror i Filmit, s.d.
- ArbëriaOpen Fields Productions, 2019
- Matriçë ArbëresheConnemaris Media, 2025
- Archivio dei programmi Rai Calabria ArbëresheRaiPlay, 2026
- Primo SangueTrento Film Festival, 2026
- Torino riconosce la minoranza arbëresheArbInfoCulture, 2026
- La comunità arbëreshe chiede aiuto per preservare lingua e culturaTirana Times, 2016
- Francesco CrispiDizionario Biografico degli Italiani, Treccani, s.d.
- Girolamo De RadaTreccani, s.d.
- Giorgio GuzzettaDizionario Biografico degli Italiani, Treccani, s.d.
- Costantino Mortati: una premessaFulco Lanchester, Nomos, 2023
- Antonio Gramsci: cronologiaFondazione Gramsci, s.d.
- Addio a Stefano RodotàTreccani, 2017
- La comunità arbëreshe a New OrleansFrench Quarter Journal, 2025
- Alla riscoperta delle mie radici albanesiJoseph J. DioGuardi, Albanian American Civic League, 2003
- Joseph J. DioGuardi: biografiaAlbanian American Civic League, s.d.
- Dy buste dhe një shtatore e Skënderbeut vendosen në 3 komuna në KalabriShqiptarja, 2024
Të dua
Due parole che hanno attraversato il mare
Të dua, ti amo, si dice allo stesso modo in arbërisht e in shqip. Le due sponde non hanno mai avuto bisogno di parole nuove per dirlo.
dua.com è il luogo dove gli albanesi di tutto il mondo, arbëresh o shqiptar, si incontrano, parlano e si innamorano.
Incontra albanesi su dua.comdua.com · Gjithçka nis me një bisedë.
Il lago sotto Piana degli Albanesi al tramonto, 26 settembre 2026. Auregann / Wikimedia Commons · CC BY-SA 4.0
Albanesi nel mondoIl punto d’incontro della comunità globale: sessanta guide e una mappa dei luoghi in cui vivono gli albanesi.
Albanesi in ItaliaDalle navi del 1991 al mezzo milione di oggi: l’Italia albanese più recente.
Albanesi a RomaLa comunità della capitale, con Scanderbeg a cavallo in Piazza Albania.

















